Una Urcis “senza” Kathy Pitton

Una Urcis “senza” Kathy Pitton

Con i pensieri proiettati al futuro, ma la testa ancora piena dei ricordi di questa splendida ottava edizione, ci incamminiamo verso il nuovo anno con un racconto che arriva dal vicino Sebino.
Un racconto da chi ne ha viste tante e le ha superate tutte: un’icona sempre presente alla Urcis 6h, un simbolo di cordialità, affetto, amicizia vera e amore per la bici.

Urcis.
Un nome che racchiude in se tutto un anno di attesa, la certezza di divertimento, risate e birra a volontà. Eppoi lo spiedo.
Ma racchiuso in questa parola strana sta tutto un mondo, fatto di pedalate, risate, sudore e fatica, amici, fenomeni, terra e fango, polvere e sabbia…
E da sempre ne faccio parte.
Ma quando si mette assieme sfiga, età, poco allenamento e, forse, un poco di voglia in meno, capita che ti fai male seriamente una settimana prima e passi questa settimana cercando di rimediare, tra un medico ed un altro, tra cure improbabili e tentativi che sfociano, irrimediabilmente, nella delusione del “lasciar perdere” perché altro da fare non c’è.
Quanti anni sono passati dalla priva volta su ruote grasse lungo gli argini del fiume nel parco dell’Oglio? Non lo ricordo neppure. Era una gara invernale, a febbraio se non ricordo male, e pedalavi tra fango e neve, bardato come un orso polare, con le dita blu dal freddo ed il naso che colava congelato… Ed è qua che ho conosciuto i ragazzi della Sachesghingem, Charlie e compagnia, compagnoni di risate e battute sul mio fondo schiena decisamente non piccolino ma che mi han sempre fatta sentire a casa anche quando arrivavo, ricoperta di fango, tra gli ultimi al traguardo.
Mi divertivo come una matta su quel percorso che mi ricordava le montagne russe, il lunghissimo single track nel bosco dove, nonostante imbranata fino al midollo, davo tutto quello che avevo pur di passare incolume.
Ed il sabbione lungo il fiume dove immancabilmente mi impantanavo o, ancora, il ghiaione dove dovevo galleggiare ed arrancavo a piedi; un anno il fiume si era ripreso e mangiato parte del percorso ed al posto della ghiaia vi era un guado da fare ad ogni giro, un freddo che non ti dico ma, nonostante tutto, aspettavo sempre la data di questa gara perché la adoravo. E poi, otto anni fa, la prima sei ore sullo stesso percorso. Ed è iniziato questo amore a prima vista, una festa a cui non potevo mancare ed ogni singola volta arrivavo, dopo un giro o dieci, con il sorriso sulle labbra, qualche birra in corpo e felice come non mai!
Spezzoni di film mentali mi passano nella testa, dal biker della Kinomana vestito da tortellino che pedalava cantando, a chi correva vestito strano con parrucca e riccioli al vento, ai fenomeni che vogliono passare anche quando è veramente impossibile e ti passano sopra per poi arrivare esimi come te…
Alla festa che seguiva ad ogni gara, con lo spiedo servito al tavolo per più di mille persone, alle premiazioni a cui a volte, per puro culo più che per merito, arrivavo anche io.
E quelle medaglie, quelle coccarde o gagliardetti sono a casa, su di una vecchia libreria dove ho raccolto la mia storia di ciclista, poco competitiva ma innamorata delle ruote grasse, ed hanno un posto d’onore perché la Urcis l’ho nel cuore.
Sabato 1 ottobre, alle 11 del mattino ero lì, a Barco, con le stampelle.
Vedere Andrea che lavorava gonfiando e piazzando l’arco dell’arrivo, gli altri della squadra a tirar transenne e sistemare tutto per la buona riuscita della gara mi ha fatto sentire ancora a casa nonostante tutto.
Ho ritirato il pacco gara, ho salutato alcune persone ed alcuni ciclisti, ho fatto un giro e sono andata a sedermi lungo il percorso, quel percorso che conosco a memoria ormai.
Ed ammetto di aver avuto le lacrime agli occhi. Un nodo alla gola ed allo stomaco.
Chi mi conosce davvero sa che amo la mtb più di tutto, che ho implorato i miei superiori di lasciarmi libera la domenica mattina per gareggiare, e l’ho fatto per anni, accettando di lavorare il sabato anche 12 ore oppure la domenica sera pur di poter correre. Mi sono allenata di notte col faro in testa, ho macinato chilometri e chilometri nei giorni liberi pur di riuscire a portare a termine le gare e cui mi iscrivevo, con tanta fatica perché i chilometri erano sempre pochi, io pesavo sempre troppo o mi ammalavo con una facilità sconcertante.
Ho combattuto, tenuto duro, accettato di ingoiare farmaci per non sentire male e pedalare comunque, ma probabilmente ora il mio corpo ha detto stop.
Dopo aver guardato passare lungo il percorso i ragazzi che provavano il tracciato, piano piano me ne sono tornata con le stampelle alla macchina e, tristemente, sono tornata a casa.
Ci ho pensato tutto il giorno, a quanti giri (pochi di sicuro) avrei potuto fare, a quante birre mi sarei bevuta, allo spiedo di cui ho tenuto il buono sul tavolo della cucina per una settimana, alla festa ed all’aria che avrei respirato.
Ho letto le classifiche nei giorni seguenti partendo dal fondo come ho sempre fatto in 35 anni di bici, perché è lì che mi trovavo, non leggendo il mio nome stavolta.
Un po’ di amarezza ed un velo sugli occhi.
Ma so già che, nonostante tutto, farò del mio meglio per esserci il prossimo anno, magari solo un giro o due, ma l’aria che vi si respira mi tiene a galla per sei mesi ed è bello far parte di questo mondo di “folli” che mangiano fango e polvere e che ne sorridono.
Grazie di esserci Urcis!

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